Il risultato è frutto di uno studio compiuto da One Ocean Foundation che ha consentito di identificare questo cetaceo tramite il DNA ambientale
Qualcuno ha davvero visto lo zifio di Cuvier? Se lo è chiesto One Ocean Foundation, associazione da tempo attiva nella tutela dei nostri mari che promuove la sostenibilità ambientale usando strumenti come ricerca, educazione e blue economy. La fondazione, insieme all’Università di Milano-Bicocca e l’Università dell’Insubria, ha trovato un approccio innovativo per identificare questo cetaceo. Una procedura he ha attestato l’importanza del Canyon di Caprera come hotspot di queste specie animali.
One Ocean ha voluto sottolineare che questa scoperta non è avvenuta attraverso il metodo tradizionale dell’avvistamento diretto, con cui ricercatori, pescatori o fotografi identificano gli animali tramite una prova visiva, come fotografie o riprese video. Nel caso di specie elusive come lo zifio, questa metodologia non funziona dato che si tratta di uno dei cetacei più difficili da osservare. Lo zifio di Cuvier può immergersi fino a 2.992 metri di profondità e rimanerci a lungo senza essere avvistato. A complicare la situazione è la distanza dalla costa del Canyon di Caprera che rende alquanto difficile le attività di monitoraggio visivo soprattuto in condizioni meteo avverse.
Come sostiene One Ocean, tutti gli animali rilasciano minuscole tracce di DNA nell’ambiente. Tracce che posso essere campionate dato che restano nell’acqua per un certo periodo di tempo. I ricercatori, una volta prelevato e filtrato il campione, procedono con l’analisi del DNA tramite test specifici in laboratorio come il qPCR. Se questa traccia viene identificata, vuol dire che la specie è stata presente nella zona di campionamento in tempi recenti.
Gli esperti allora si sono affidati al DNA ambientale (eDNA) per raccogliere dati significativi. Un approccio non invasivo che ha attestato la presenza costante di questa specie nell’area. Tutto questo porta con sé dei grossi vantaggi. Aiuta a individuare le zone che mettono a rischio la tutela e la sopravvivenza delle specie, e a monitorare delle aree difficili da osservare. Con questi indicatori sarà inoltre possibile adottare delle politiche di conservazioni mirate ed efficaci in modo da proteggere al meglio gli ecosistemi marini più in difficoltà.
Riccardo Lo Re
