L’iniziativa, promossa da One Ocean Foundation, sta avendo i suoi frutti. A settembre sono iniziate le prime operazioni di trapianto in mare per salvare la Posidonia
Prosegue a gonfie vele il progetto Blue Forest. Un programma, promosso da One Ocean Foundation con il supporto di NIVEA e il contributo scientifico della Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN) e il Consorzio Torre Guaceto, che punta al restauro delle praterie di Posidonia oceanica.
L’idea alla base è tra le più ambiziose: ripristinare le praterie di Posidonia oceanica, considerate delle foreste blu che assorbono l’anidride carbonica, producono ossigeno diventano l’habitat ideale di centinaia di specie marine. Per arrivare a questo, però, è necessario intraprendere un lungo percorso a tappe che comprende una prima fase di ricerca e pianificazione del progetto. Nel corso del 2025, infatti, il team scientifico e i partner locali si sono concentrati sul primo intervento pilota di restauro ecologico nell’Area Marina Protetta di Torre Guaceto avendo a disposizione una comunità attiva e diversi volontari. L’approccio scelto, tra quelli più innovativi, si basa sulla riforestazione tramite plantule ottenute da semi spiaggiati lungo il litorale. Una tecnica già utilizzata dai ricercatori della SZN.
La scorsa primavera, dopo che è vvenuta la fioritura delle praterie, il personale ha raccolto le cosiddette olive di mare, i frutti della posidonia che, spinti dalle correnti e dalle onde, possono arrivare sulla costa. I materiali sono stati poi portati in una grande vasca del Centro Recupero Tartarughe Marine del Parco che è diventato un impianto di stabulazione, costantemente monitorato in modo da creare le condizioni ideali per lo sviluppo e la crescita della pianta.
Grazie a questo processo sono stati prodotti oltre 1.000 germogli in buono stato di salute, fissati su dei supporti in modo da permettere l’adesione delle radici e una maggiore stabilità sul fondale. Come? Attraverso una tecnica che consente di “incastrare” le radici della pianta nella pietra grazie a un meccanismo di adesione micromeccanica.
A settembre sono cominciate le prime operazioni di trapianto in mare in alcune aree della riserva considerate idonee per il progetto. A quel punto, affermano i responsabili di One Ocean, si inizierà con la fase del monitoraggio così da «confrontare il tasso di attecchimento, sopravvivenza e accrescimento delle plantule su diverse tipologie di ancoraggio e a diverse profondità».
Riccardo Lo Re
